Abracadabra Asveri. Critica di Luciano Caprile

Gianfranco AsveriLe figure crescono sulla tela come germogli di una fantasia alimentata dalle suggestioni dell’infanzia. Ma per Gianfranco Asveri quest’infanzia si è mutata nel corso degli anni in una consapevolezza da cogliere giorno dopo giorno al pari di un frutto in progressiva, esaltante maturazione.

L’aggancio con l’“art brut” propugnata da Jean Dubuffet si esaurisce sulla soglia del gesto istintivo, spontaneo, immediato da parte del “fanciullino” che alberga sempre in lui e si traduce in stupore, in rinnovabile sorpresa per tutto ciò che gli fiorisce tra le mani ancor prima di essere consegnato al pensiero. “Abracadabra” è un termine che si addice ad Asveri perché la magia sembra rincorrere e prevedere ogni suo comportamento creativo che per esplicarsi non ha bisogno di particolari ricerche espressive, di voli pindarici o di riflessioni pseudofilosofiche.

Gli è sufficiente interrogare la sua terra e le profonde storie che la nutrono e la abitano da sempre; gli è sufficiente specchiare i personali comportamenti in un disegno della madre ( una sorta di reliquia incorniciata su una parete di casa ) che egli custodisce sempre negli occhi e nel cuore. In quell’istante la matita o il pennello iniziano il loro viaggio di perlustrazione interiore e di fuga nella macchia che si fa corpo e volto, nel segno che traccia e indica il percorso e le soste del racconto.

Gianfranco Asveri. AbracadabraIl domani è celato nell’ieri e pertanto i suoi personaggi che profumano di passato e di futuro possono galleggiare nell’aria di sempre e recitare la parte più nascosta e più incisiva per chi ammira la storia di Cicòn nei travagli e nelle allegorie che si porta appresso mentre interpreta una laica “via crucis”. Sono tutte favole declinate dal nostro artista per quegli infanti che siamo stati noi in tempi più o meno lontani; sono tutte favole che ora si possono rileggere con slancio nostalgico e magari col rammarico di una tardiva comprensione.

Quelle maschere e quei ghigni ci appartengono: costituiscono il paesaggio prezioso e trascurato dell’anima dove la finzione si specchia nella realtà. Sta a noi individuare ciò che ci appartiene ( e coglierlo come un dono prezioso e rinnovabile ) nelle vicende che sulla tela si snodano sempre diverse e sempre uguali: sono paragonabili alle onde che perpetuano le spiagge e nutrono instancabilmente lo stesso mare.

Gli “Abracadabra” si inseguono in questa rassegna e propongono inesauribili sorprese di personaggi ammiccanti, talora aggressivi e digrignanti, talaltra accesi da un improvviso lampo floreale. Occupano di preferenza la parte notturna della scena lasciando ai sotto racconti in chiaro il compito delle citazioni calligrafiche, la via delle fughe nell’onirico più stemperato o le folgoranti presenze di cani, di gatti, di uccelli di varia natura e invenzione a combinare una variopinta fauna col concorso degli altri interpreti.

Nella galleria delle presenze non potevano mancare frammenti dell’epopea di Cicòn, l’inconsapevole eroe descritto da Asveri per essere trascinato su un carretto di osteria in osteria fino al sacrificio del fuoco. Infine compare un’opera, “Favola”, che conserva il senso più recondito di queste storie: i quattro protagonisti ci guardano esprimendo un’intima paura, quella paura dell’ignoto ( del buio ) che talora si racchiudeva proprio nelle favole della buonanotte e nei conseguenti sogni. Ma bastava e basta ancora urlare a squarciagola con Asveri “Abracadabra” per ritrovare immediatamente la serena spensieratezza di quel tempo.

Luciano Caprile