Alchimie italiane. Critica di Marcello Barison

Alchimie italiane

Critica dedicata all’inaugurazione della bottega d’arte LEONARDVS di Desenzano

f9723752-ca63-46ad-bde3-5d2fa8614d9bBisogna anzitutto sfatare un pregiudizio: che mentre in Italia abbondano i capolavori dell’arte antica e moderna − in un inventario che, senza soluzione di continuità, va dai templi della Magna Grecia ai capolavori del Rinascimento, dall’affresco pompeiano ai Macchiaioli − non sia lecito essere altrettanto entusiasti per quel che riguarda l’epoca contemporanea.

Fatta eccezione forse per il Futurismo, che certo ebbe rilievo internazionale, è spesso convinzione del grande pubblico che i grandi maestri dell’arte novecentesca debbano cercarsi altrove − e comunque sempre fuori dai confini nazionali. L’arte italiana del secolo scorso passa così, non si capisce bene perché se non per ignoranza critica della materia, per provinciale e, in certo qual modo, conservatrice e refrattaria al pungolo delle avanguardie più rinnovatrici.

Ebbene, non è così, e la mostra organizzata a Desenzano dalla Bottega d’Arte Leonardvs, a cui dobbiamo tutti esser grati, ci aiuta a sfatare quest’indebita superstizione mettendoci davanti a una nutrita serie di opere massime, moltissime italiane, che, per varietà e qualità, non devono certo temere il confronto con le migliori raccolte museali europee. Qualche esempio − impossibile, purtroppo, menzionare tutti questi grandi che pure impallidiscono sorvegliati da un mentore d’eccezione, Leonardo da Vinci (sì, proprio lui!) che compare con una copia in edizione limitata del Codice Atlantico, capolavoro della sua arte e del suo metodo nel quale, come coglieva Valéry, “una qualsiasi rappresentazione non è probabilmente altro che l’inizio e l’avvio di noi stessi…”

C’è Emilio Scanavino, con le sue matasse tormentate che ricordano il gioco dello Shangai. In Fluorescenza l’immagine si genera da un nucleo primordiale di materia, da un embrione aghiforme che diventa fantasma e si stempera in un’esangue convulsione di segni alcuni dei quali non temono la sparizione. Come scrisse Roberto Sanesi, poeta e anch’egli pittore, oltre che amico di Scanavino, questi, anziché imitare la natura, s’approprierebbe “dei suoi meccanismi di generazione e crescita, delle sue energie interne e delle sue variabili, delle sue trame segrete per darne testimonianza”.

Una pittura, quindi, che senza ripetere le cose, s’intesse della loro stessa vita. E che dire dello splendido La guerra di Sironi? Con grande sensibilità, Roberto Fioravante Pacchioni porta in mostra uno dei più grandi pittori di sempre i cui laceranti impasti, che dilatano il confine delle immagini fino a quasi sospenderne la referenzialità, anticipano di almeno un ventennio l’avventura dell’espressionismo americano. Sironi pensa in sostanze e processi − di abrasione, putrefazione, cottura informale dei pigmenti. E non c’è bisogno di attendere de Kooning o Gorky per capire che la pittura è alchimia: questione di tocco, d’attrito e di miscugli irripetibili.

Sulla stessa linea, anche se stavolta dobbiamo concederci un rapido détour nei Paesi Bassi, gli spessori convettivi di Karel Appel. Esponente di punta del Gruppo Co.Br.A., con gli ‘irascibili’ Alechinsky e Agser Jorn, ci 2 regala due figure verticali in agonia fluttuante le quali, benché compositivamente non possano non far pensare a un eccentrico raddoppiamento dell’Urlo di Munch, richiamano Soutine nel cromatismo e, appunto, il tardo Sironi per le slabbrature materiche che profilano una plasticità scultorea.

E se il discorso, ai limiti del macabro, sullo strazio animale dei corpi, procede col Sangue su tela di Hermann Nitsch, il più noto tra gli Azionisti viennesi, recuperiamo una dimensione più intima, ma anche più anonima, rimessa alla meditazione silenziosa degli oggetti, con la Natura morta di Renato Guttuso, pittore di una mediterraneità interiore, che nella sua domestica compostezza non risparmia però incursioni inconsce: appaiono talvolta figure concomitanti ma senza alcuna narrazione che le unisca, ciascuna isolatamente intenta nella propria, seppur sobria, disobbedienza alla realtà.

Citerò ancora, perché imprescindibile, Mimmo Rotella, presente in mostra con un décollage su locandina di Charlie Chaplin: L’eterno vagabondo, opera ironica e prismatica (fate attenzione al ritmo, polidimensionale, scandito dalla distribuzione degli strappi) che proprio perché spezza la catena, idolatrica, delle immagini pubblicitarie che ovunque c’attorniano, le rende finalmente percepibili. Tutt’altro registro, invece, quello dei pettini di Capogrossi, il cui algoritmo minimale ricorda i bastoncini dei batteri al microscopio − o le tessere di un gioco primordiale che sospetterei cinese.

Vorrei poi richiamare l’attenzione sulle opere di Marcello Rezzano. Pacchioni propone un artista anziano in un’epoca che sembra ossessionata dalla giovinezza a tutti i costi − anche se nell’arte abbondano garzoni impacciati che poco hanno da dire. Con Rezzano, architetto dello sguardo, come lo ha puntualmente definito Vincenzo Gueglio, scopriamo invece che ha ragione Tolstoj quando ci dice che “la vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo” − ed è per questo che ha la forza di sorprenderci. E di conquistarci.

Infine − entre autres, s’intende − un Balla pregevolissimo e quasi ipnotico, ad anelli concentrici trafitti da un pugnale inaspettatamente giallo (mentre sembrano le colonnine di un equalizzatore i tre parallelepipedi che svettano al centro, in rosso bianco e verde, intonando, avverte l’autore, un Canto patriottico). Allora anche noi, che pur per vocazione saremmo esteticamente apolidi, ci uniamo al coro − nel senso che tutta quest’arte serve a ricordarci − convinti lo eravamo già − che la pittura contemporanea italiana, se il gesto generoso di un elegante appassionato ci permette di apprezzarla, è davvero una festa del gusto e dell’intelligenza.

Forse solo una riscoperta dei nostri classici − classici contemporanei ma di sicuro valore rispetto a molta ‘bigiotteria’ che oggi si vorrebbe spacciare per autentica creazione − può far tornare primavera dopo quell’inverno della cultura con cui Jean Clair identificava molti dei desolanti cantieri dove pochi impostori congiurano, nostro malgrado, contro la felicità dell’arte.

Marcello Barison